TAGORE

 

RABINDRANATH  TAGORE 

 

Nacque a Calcutta nel 1861 e morì a Santi Niketan, Bolpur nel 1941.

Poeta della nuova India , indipendente e moderna , prosatore, musicista , filosofo e drammaturgo, grande conoscitore della lingua inglese, tradusse  le sue opere scritte  in lingua bengali.  Autore di brani musicali, si occupò della danza indiana e di pittura riscuotendo notevole successo sia in America che in Europa.

Grandissimo  poeta lirico, il cui pensiero, ispirato ad alti concetti filosofici e religiosi, lo pone tra i più grandi poeti mistici del mondo. Premio Nobel per la letteratura nel 1913.

Tagore

Da quando egli aveva ancora otto anni gli era cresciuta vicino , compagna di giochi ,la cognata Kadambari , di grande bellezza e cultura . Essa si suicido' , cosa incomprensibile nella mentalita' induista , quando il poeta per imposizione del padre dovette trasferirisi altrove. Per tutta la vita il poeta portera' il dolore di questa perdita sentendosene responsabile. A ventinove anni gli muore la moglie Mrnalini che gli aveva dato 5 figli. Poi muoiono due figli piccoli , il padre e il segretario amato come una persona di famiglia.

Dalla  esperienza personale di dolore e amore , Tagore lascia sgorgare le sue meravigliose liriche, nutrimento per la mente e il cuore di ogni lettore.

Una vita vissuta in devozione illuminata dall' amore per quell' amante eterno che e' Dio. 

Le poesie di Tagore sono ricche di immagini di vita quotidiana dell' India, appassionate ma anche delicate. Vi e' una donna che attinge acqua dal pozzo , si vede il viandante stanco lungo la strada polverosa e si odono tintinnare i bracialetti. Gli elementi naturali circondano tutto , mentre il tempo passa appoggiati all' uscio di casa in attesa del Monsone . E le donne sono presenti come fonti di luce e di energia creativa, distribuiscono vita ed armonia alla famiglia, nella loro concretezza realizzano pienamente la loro vita, accarezzando ,amando ,  curando e fornendo energia vitale.

 

 

Alcune poesie di Tagore :

   

Smettila di cantare

Smettila di cantare i tuoi inni,
di recitare le tue orazioni!
Chi adori in quest'angolo buio
e solitario d'un tempio
le cui porte sono tutte chiuse?
Apri i tuoi occhi e guarda:
non è qui il tuo Dio.

E' là dove l'aratore
ara la dura terra,
dove lo spaccapietre
lavora alla strada.
E' con loro nel sole e nella pioggia,
la sua veste è coperta di polvere.
Levati il manto sacro
e scendi con lui nella polvere.

Liberazione?
Dove credi di poter trovare
liberazione?
il tuo stesso signore
ha preso su di sé lietamente
i legami della creazione -
è legato a noi tutti per sempre.

Lascia le tue meditazioni,
abbandona l'incenso e i tuoi fiori!
Che male c'è se le tue vesti
diventano sporche e stracciate?
Va incontro a lui,
sta presso di lui
nel lavoro e nel sudore della fronte.

 

Mi hai fatto senza fine

Mi hai fatto senza fine
questa è la tua volontà.
Questo fragile vaso
continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi
di vita sempre nuova.

Questo piccolo flauto di canna
hai portato per valli e colline
attraverso esso hai soffiato
melodie eternamente nuove.

Quando mi sfiorano le tue mani immortali
questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini
e canta melodie ineffabili.
Su queste piccole mani
scendono i tuoi doni infiniti.
Passano le età, e tu continui a versare,
e ancora c'è spazio da riempire.

 

Uccello prigioniero
L'uccello prigioniero nella gabbia,
l'uccello libero nella foresta:
quando venne il tempo s'incontrarono,
questo era il decreto del destino.
L'uccello libero grida al compagno:
« Amore mio, voliamo nel bosco! »
L'uccello prigioniero gli sussurra:
«Vieni, viviamo entrambi nella gabbia».
Dice l'uccello libero.- « Tra sbarre,
dove c'è spazio per stendere l'ali? »
Ahimé », grida l'uccello nella gabbia,
Non so dove appollaiarmi nel cielo ».

L'uccello libero grida:
« Amore mio, canta le canzoni delle foreste ».
L'uccello in gabbia dice:
« Siedi al mio fianco,
t'insegnerò il linguaggio dei sapienti ».
L'uccello libero grida: « No, oh no!
I canti non si possono insegnare ».
L'uccello nella gabbia dice: « Ahimé,
non conosco i canti delle foreste ».

Il loro amore è intenso e struggente,
ma non possono mai volare assieme.
Attraverso le sbarre della gabbia
si guardano e si guardano, ma è vano
il loro desiderio di conoscersi.
Scuotono ansiosamente le ali e cantano:
« Vieni vicino a me, amore mio! ».
L'uccello libero grida:
« E' impossibile, temo le porte chiuse della gabbia ».
L'uccello in gabbia sussurra.- « Ahimé,
le mie ali sono morte e impotenti ».

 

 

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